Il libro

Nel 1979, ventenne, William Vollmann si appassiona alle sorti dell’Afghanistan invaso dalle truppe sovietiche e comincia a passare da un lavoro all’altro, cercando di accumulare il denaro sufficiente per partire e affiancare i mujaheddin nella loro lotta di liberazione contro i russi. Nel 1982 parte alla volta del Pakistan, dove trascorrerà buona parte del suo soggiorno in casa di un generale afgano in esilio, parlando con i capi della resistenza, con funzionari pakistani e internazionali che gestiscono gli aiuti per i profughi, e con i profughi stessi, sia quelli più fortunati che si possono pagare la permanenza in città sia i moltissimi costretti a vivere in condizioni pietose nei campi.
Un’esperienza in larga parte fallimentare, che Afghanistan Picture Show racconta a posteriori attraverso lo sguardo di un Vollmann più adulto e consapevole, capace di guardare con ironia e affetto il proprio io più giovane e ingenuo, che riesce sempre a porre le domande più sbagliate alle persone sbagliate, mentre si contorce tra i dolori della dissenteria. Tra conversazioni piene di equivoci ed estenuanti camminate nell'impervio territorio afgano, trascinato e talvolta trasportato pietosamente dai mujaheddin, Vollmann mette in scena l’idealismo ingenuo e il colonialismo dello sguardo americano sul mondo, in un’opera ibrida che si muove tra romanzo e diario, saggio storico e reportage.

La mia lettura

Ho letto Afghanistan picture show di Vollmann dopo Pazzi di guerra di Michael Hastings, sono due libri diversi ma che hanno in comune il fatto di essere raccontati basandosi su esperienze vissute degli autori che hanno conosciuto l’Afghanistan il primo ai tempi dell’invasione sovietica, il secondo durante il “tutoraggio” ultradecennale americano.

Questi due libri sono stati molto utili, illuminanti direi, per comprendere l’Afghanistan di oggi.

Aveva appena 23 anni Vollmann quando decise di andare in Pakistan, l’idea era passare la frontiera afghana per raccogliere le testimonianze di quel popolo che si stava ribellando ai “ruus” e aiutarli.

Vollmann non era un giornalista e all’epoca neppure uno scrittore, era “il Giovanotto” a cui si riferisce nel libro (in terza persona) che sembrava avere in simpatia i mujāhidīn che nei primi anni Ottanta non venivano ancora confusi con dei terroristi, erano dei “combattenti per la libertà”.

Chiaramente il giovane Vollmann dilaniato dalla dissenteria, incapace di sopportare il clima e di capire come stavano davvero le cose nel Paese, ci restituisce un affresco dell’Afghanistan ricco di umanità, emotività, sentimenti, rabbia e dolore.

Lo sguardo di Vollmann è decisamente ingenuo, tuttavia rende perfettamente l’idea di cosa sia accaduto in quegli anni.

Bisogna fare un piccolo riassunto:

A partire dagli anni Cinquanta, gli obiettivi sovietici nei confronti dell’Afghanistan erano: fare in modo che governo afgano non aderisse a un’alleanza filoccidentale salvaguardando così la sicurezza dei confini sovietici; rendere il Paese dipendente dall’Unione Sovietica; ricavarne vantaggi commerciali; sfruttare la collaborazione con Kabul dal punto di vista della politica estera sovietica; creare un modello per altri paesi del Terzo Mondo.

 

I sovietici sapevano bene che Washington guardava poco all’Afghanistan, nel febbraio del 1979 c’era stata l’uccisione dell’Ambasciatore statunitense Dubs per mano di agenti sovietici e afgani, Carter aveva a quel punto deciso di diminuire la presenza degli USA nel Paese per via della negligenza del governo afghano riguardo a questo terribile evento. Ecco che i sovietici si insinuarono imponendo la loro leadership arrivando all’insana decisione di invadere l’Afghanistan nel 1979, cosa che poi gli si ritorcerà contro rivelandosi un errore più che grossolano.

Leggendo Afghanistan Pictuore Show è abbastanza chiaro che i sovietici pensavano che la resistenza al comunismo da parte degli afghani fosse di matrice fondamentalista islamica ma non era così (almeno non in gran parte), l’invasione, al contrario, rappresentò il catalizzatore dell’estremismo islamico che crebbe.

Andropov convinse Breznev ad autorizzare un’azione militare in Afghanistan calcando la mano sulla minaccia che il Paese sembrava rappresentare sottostimando invece le conseguenze.

Un saudita molto facoltoso di nome Osama bin Laden fu un importante organizzatore e finanziatore dei mujaheddin raccontati da Vollmann e con lui carter e Reagan …

Mi sono chiesta se oggi la Russia di Putin sia più preparata a capire l’Afghanistan rispetto alla Russia di Breznev che ebbe molteplici difficoltà a capire il contesto culturale afghano, visto che in Russia girano ritratti di Breznev sovrapposti a quelli di Putin a voler sottolineare quanto in comune abbiano i due, allora non sarei pronta a scommettere che il nuovo governo talebano riuscirà a intendersi con quello di Putin.

Ho letto un intervento di Gorbaciov di qualche giorno fa che ricordava la disfatta e la ritirata dell’esercito russo:

“Sullo stesso ponte di Termez che avevo attraversato scavalcando l'Amu Darya, “il fiume degli imperi”, il 15 febbraio 1989 il generale Boris Gromov, l'ultimo comandante della 40ᵃ, avrebbe portato a casa i suoi ultimi soldati. Gromov non si limitò ad attraversare il ponte: lo fece da solo, in parte a piedi, con un mazzo di garofani in mano (da Kiev a Yakutzk, in Unione Sovietica sembrava esistessero solo garofani). E lo fece per ultimo: l'ultimo soldato sovietico a lasciare l'Afghanistan dopo aver messo al sicuro i suoi uomini. Nella uguale sconfitta, al comandante americano è mancata la stessa occasione di uscirne a testa alta”

Vi consiglio vivamente di leggere Afghanistan Picture Show di  William T. Vollmann

 

Afghanistan Picture Show, ovvero come ho salvato il mondo di William T. Vollmann

Titolo originale: An Afghanistan Picture Show or, How I Saved the World

Traduzione: Massimo Birattari

Pagine: 382 € 19,00

Pubblicazione: feb 2020

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