Il libro

Questo libro è fatto di buio e di neve. Di un treno nella notte, e di una coppia senza nome che scende in una stazione deserta del Grande Nord. Di un immenso, lussuoso albergo nel cuore di una foresta. Delle sue stanze chiuse, dei suoi infiniti corridoi, dell’isola di luce del suo bar. Dei suoi ambigui ospiti – una vecchia cantante che tutto ha visto, e un losco uomo d’affari con un suo crudele disegno. E ancora, di un sinistro orfanotrofio, e di un enigmatico guaritore. Non tutti gli scrittori avrebbero saputo trasformare questa materia in un avvincente, misterioso romanzo. Ma Peter Cameron, questo nel tempo lo abbiamo imparato, è uno scrittore a parte.

La lettura di Monia

“La sera scese con un’immediatezza snervante, come un sipario abbassato in fretta su uno spettacolo amatoriale andato nel peggiore dei modi. E poco dopo l’uomo si rese conto che il buio non era dovuto al tramonto del sole ma al treno, entrato in una fitta foresta dopo aver percorso distese di neve per l’intero pomeriggio. Gli abeti, alti e compatti, si stringevano intorno ai binari, simili a scolari accalcati davanti alla finestra della classe per vedere meglio uno spaventoso incidente.”

Così inizia l’ultimo romanzo di Peter Cameron e la sensazione che mi ha trasmesso subito è quella di trovarmi accerchiata, soffocata dalla natura. Già in queste prime righe abbiamo un uomo e una donna dei quali non conosceremo mai il nome, abbiamo la neve a creare estraneazione, distanza, difficoltà di movimento e, ovviamente, freddo e desiderio di ricorrere a qualcosa per superarlo: alcol, una vistosa pelliccia d’orso, il tepore delle coperte o di un corpo. Abbiamo il buio e, la mancanza di luce, sarà ciò che accompagnerà lettore e personaggi per tutta la durata della storia.

Un uomo e una donna americani arrivano in un grande albergo di una cittadina dell’Europa del Nord. Hanno una missione da svolgere, uno scopo che pare essere fondamentale per le loro vite, forse per il loro rapporto, per il loro futuro. Uno scopo che deve riparare qualcosa che si è rotto, incrinato da una malattia che ha minato anche il carattere della donna . Una storia d’amore che pare esserci stata, ma che nel tempo qualcosa ha perso. Due naufraghi che si muovono in un ambiente non loro, in un luogo che pare sospeso nel tempo e nello spazio. Uniti fino al momento in cui in quell’albergo arrivano, in cui iniziano a insinuarsi nella loro vita altre presenze.

“Ma certo che ti ho amata. Che ti amo. La gentilezza fa parte dell’amore. Non ha niente a che fare con l’amore. La gentilezza  - che parola orrenda! – la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare. Siamo gentili con quelli che non amiamo proprio perché non li amiamo. È lì che entra in gioco la gentilezza: quando non c’è l’amore.”

Presenze che invadono con i loro consigli, le loro risposte anche a domande non fatte, la loro conoscenza del luogo, i loro nomi, perché loro, gli altri, un nome ce l’hanno. L’uomo e la donna no, l’uomo e la donna mantengono la loro situazione di estranei, di diversi, di stranieri ai quali il nome non viene richiesto, come a voler negare loro un’identità. Sono di passaggio, verranno dimenticati presto e di loro non resterà nemmeno il nome. Sono tracce lasciate sulla neve che altra neve cadrà a coprire.

È un Cameron inusuale quello di questo romanzo, un Cameron misterioso che lascia domande senza risposta, o almeno che a me le ha lasciate, un Cameron quasi gotico nell’ambientare questa storia in una cittadina che pare essere lontana da tutto e disabitata, se non dai personaggi che hanno un ruolo specifico nella storia: una donna non più giovane che si mantiene suonando il piano, un invadente uomo d’affari, uno strano guaritore, un barista e alcune presenze secondarie. E gotiche paiono essere le scenografie tra le quali si muovono questi personaggi:  un albergo, un orfanotrofio, una villa, e poco più. Una cittadina nella quale nessuno pare voler vivere ma, nello stesso tempo, nessuno vuole o può abbandonare come se una maledizione li tenessi legati lì come fantasmi che, lontani da quei luoghi, rischierebbero di vedere la luce e, quindi, scomparire

“In questo periodo dell’anno le strade cambiano di continuo. È difficile seguirne il percorso con tutta questa neve. Ogni giorno lo spazzaneve, passando, devia un po’ , e a primavera ci accorgiamo che una strada è finita dentro un giardino, oppure in una cunetta. Le chiamiamo haamu tie, strade fantasma. In primavera, quando la neve si scioglie, è molto bello. Ricompare tutto ciò che era rimasto nascosto per tanto tempo. Ci viene restituita la terra, nel vero senso della parola. Sono sicura che è questo il motivo per cui la veneriamo, Chi non vive nelle regioni polari la dà per scontata…”

E senza la luce, al buio della notte o di quei pomeriggi che sono sempre così corti, tutto può succedere e tutto pare essere giustificato, inevitabile e, nello stesso tempo, superabile: che sia sesso forse non voluto, che sia violenza che sia dolore

“Lascia stare, non importa. Sono cose che succedono la notte”

Nel romanzo di Cameron c’è un percorso che porta verso un epilogo, ma che lascia comunque  aperta la strada a un nuovo inizio. Come se ci fosse una sorta di luce a svegliare la notte, o un raggio di sole ad annunciare la prossima primavere.

E poi ci sono i suoi dialoghi, quelli di un narratore esperto e mai banale, capace di far credere che una conversazione come questa possa esistere nella realtà:

“A volte penso che tu non mi ascolti. So che è il prezzo da pagare per chi parla troppo: le persone smettono di ascoltarti. Ma io preferisco parlare e non essere ascoltata piuttosto che non parlare affatto. Almeno tiro fuori tutto. Che vuoi dire? Che tiro fuori le parole, i pensieri, le idee. Se non li esprimi, che senso hanno? Muoiono insieme a te. Invece, quando li esprimi, sono nel mondo.  Chi lo sa cosa accade ai suoni? Noi pensiamo che scompaiano, ma potrebbero benissimo continuare a vibrare, restare sospesi nell’universo, e magari fra cento milioni di anni qualcuno o qualcosa ne percepirà la vibrazione. Magari sentiranno per filo e per segno quello che ti sto dicendo adesso. Che idea orribile, disse lui, pensa che frastuono. Secondo me sarebbe meraviglioso, come un’orchestra che accorda gli strumenti prima di un concerto. Adoro quel momento. È un momento pieno di speranza. La musica in sé a volte è così prevedibile”

È un Cameron che ha diviso il suo pubblico questo, ma a mio avviso è il romanzo di un autore che ha deciso di cambiare certo, di rischiare forse, perché chi si allontana dalla strada sicura lo fa sempre un poco. Ma lo ha fatto restituendoci un grande romanzo e facendoci ritrovare quella  grazia e quell’eleganza che  caratterizzano la scrittura di Cameron e che fanno sì che leggere un suo romanzo sia sempre un piacere per l’anima.

Monia Merli

Cose che succedono la notte

 Peter Cameron

Traduttore: Giuseppina Oneto

Editore: Adelphi

Pagine: 241 p., Brossura € 18,05 su IBS

 

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