Manhasset, Long Island, è un sobborgo di New York, famoso soprattutto perché Fitzgerald ci ha ambientato Il Grande Gatsby, il nome nella lingua dei nativi americani significa “il quartiere dell’isola”, è qui, soprattutto, che si svolge questa storia autobiografica.
Il bar delle grandi speranze (The tender bar in lingua originale) di J.R. Moehringer

Il libro

Cresce catturato da una voce, J.R. La voce di suo padre, un disc-jockey di New York, che ha preso il volo quando lui non aveva ancora detto la sua prima parola. Con l'orecchio schiacciato contro la radio, vorrebbe spremere da quel timbro caldo e baritonale i segreti dell'identità e del mondo degli uomini. Sua madre è il suo mondo, è la sua roccia, ma lui cerca anche qualcosa di più, qualcosa che riesce, debolmente ma ossessivamente, ad avvertire solo in quella voce.
A otto anni, quando anche la voce alla radio scompare, J.R. scappa disperato fino al bar all'angolo, e lì scopre un nuovo mondo, e un coro turbolento di nuove voci. Sono poliziotti e poeti, allibratori e soldati, star del cinema e pugili suonati, la varia umanità che si rifugia al "Dickens" per raccontare le proprie storie o scordare i propri guai. E poiché si diventa grandi per imitazione, a ciascuno di questi uomini J.R. ruberà qualcosa, diventando un piccolo “ladro di identità”.
Appassionata e malinconicamente divertente, una grande storia che arriva dritta al cuore, ma anche l'avvincente racconto della lotta di un ragazzo per diventare uomo e un indimenticabile ritratto di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti.

La mia lettura

Dico subito che questo romanzo mi è piaciuto moltissimo e la motivazione sta tutta nei sentimenti che racconta, nel modo di esporre le proprie debolezze, la disillusione,e “i panni sporchi” della famiglia, senza scandali, senza cattiveria anche quando fatti e azioni sono poco edificanti.

“Non ho fatto che cercare e desiderare il segreto per essere un brav’uomo, mentre non dovevo far altro che seguire l’esempio di un’ottima donna”.

JR è cresciuto seguendo di nascosto una voce alla radio, quella di un padre assente che faceva il presentatore in una nota emittente radiofonica e di lui non si era mai interessato, è cresciuto con la nonna che gli ripeteva sempre “i veri uomini si prendono cura delle loro madri” e già da piccolissimo questo peso gli toglieva il respiroe gli toglieva il respiro ogni fallimento di sua madre che provava e riprovava ad emanciparsi economicamente da suo padre, spilorcio, gretto, avaro soprattutto di sentimenti.

Due punti di svolta ci sono stati nella vita di JR che gli hanno permesso di essere quel che è oggi, un affermato giornalista: il Dickens, il Bar di Manhasset (dove suo zio Charlie lavorava) con i suoi avventori, gente sempre sbronza, senza speranze ma generosa di consigli e sentimenti che hanno sostituito, tutti insieme, quella figura paterna mancante e due librai dell’Arizona, Billy e Bud che gli hanno aperto gli occhi mostrandogli una strada che il pessimismo atavico suo e di sua madre non gli avrebbero mai permesso neppure di immaginare! Billy e Bud hanno acceso la sua immaginazione, hanno contribuito alla sua formazione intellettuale e gli hanno dato la forza di guardare a Yale non come a qualcosa di impossibile ma come a un obiettivo raggiungibile.

Mi è piaciuto il fatto che, come dicevo, nonostante il racconto non sia di una vita e una famiglia idilliaca, particolarmente unita, nonostante l’amore tra JR e sua madre sia sempre stato ostacolato dal timore di mostrare i propri sentimenti, nonostante il bar si sia trasformato da rifugio a luogo di perdizione, quel che rimane al lettore è l’insieme dei sentimenti belli e meno belli ma umani, l’insieme delle delusioni e della gioia per i traguardi raggiunti.

Non è possibile non affezionarsi a JR e alla sua assurda famiglia, è ironico quando racconta gli aspetti più tristi, le ristrettezze economiche e affettive, la casa del nonno dove tutti finivano per tornare ad ogni debacle finanziaria, era chiamata “il Cesso”, aveva il tetto che cadeva a pezzi, partire da lì per arrivare a New Haven, a Yale è innegabilmente una vittoria come è una vittoria il fatto che “Il Cesso” è rimasto un posto dove tornare, nonostante tutto la famiglia non ha cessato di rappresentare un punto fermo.
Bello il personaggio di sua madre Dorothy, donna chiusa, tendenzialmente depressa, bisognosa d’amore e quindi predisposta ad affidarsi a uomini sbagliati, e mi par di vederla Plandome Road, la via principale di Manhasset piena di bar, il paradiso dei grandi bevitori.

Alcune speranze di JR (lo scrivo senza punti come desiderava lui da giovane) sono rimaste tali, altre si sono tramutate in qualcosa di vero, di tangibile, Billy e Bud lomisero in guardia dal dolore che la “disillusione” poteva causargli, sottovalutò l’avvertimento, ne rise anche e invece dovette farci i conti, come tutti noi nella vita.
Molto toccante, sincero.

Ecco l’incipit
“Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, naturalmente, e fame, e quand’eravamo stanchi morti. Ci andavamo se eravamo felici, per festeggiare, e quand’eravamo tristi, per tenere il broncio. Ci andavamo dopo i matrimoni e i funerali, a prendere qualcosa per calmarci i nervi, e
appena prima, per farci coraggio. Ci andavamo quando non sapevamo di cos’avevamo bisogno, nella speranza che qualcuno ce lo dicesse. Ci andavamo in cerca d’amore, o di sesso, o di guai, o di qualcuno che era sparito, perché prima o poi capitava lì. Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati. Il mio elenco personale di bisogni era lungo. Figlio unico, abbandonato da mio padre, avevo bisogno di una famiglia, di una casa, e di uomini. Specialmente di uomini. Mi servivano uomini come mentori, eroi, modelli, e come contrappeso maschile alla madre, la nonna, la zia e le cinque cugine
con cui vivevo. Il bar mi ha fornito tutti gli uomini di cui avevo bisogno, e uno o due di cui avrei volentieri fatto a meno. Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand’ero bambino, si è preso cura di me quand’ero adolescente e mi ha accolto quand’ero un giovane
uomo. Anche se siamo attratti, temo, da ciò che ci abbandona, o promette di abbandonarci, alla fine credo che sia quel che ci accoglie a segnarci. Naturalmente io ho ricambiato subito l’abbraccio del bar, finché una notte il bar mi ha messo alla porta, e abbandonandomi mi ha salvato la vita. C’è sempre stato un bar in quell’angolo, con un nome o con un altro, fin dalla notte dei tempi, o dalla fine del proibizionismo, che in una cittadina di grandi bevitori come la mia – Manhasset, Long Island – erano la stessa cosa. […]
Oltre a un rifugio, Steve offriva lezioni serali di democrazia, ovvero del particolare pluralismo dell’alcol. Dal centro della sala, potevi vedere uomini e donne di ogniceto sociale istruirsi e insultarsi a vicenda. Potevi sentire l’uomo più povero di Manhasset discutere della “volatilità del mercato” con il presidente della Borsa di New York, o il bibliotecario di zona spiegare a un campione dei New York Yankees perché conveniva impugnare la mazza più in alto. Potevi sentire un facchino sempliciotto dire una cosa così fuori dal comune, e tuttavia così saggia, che un docente universitario di filosofia l’annotava su un tovagliolo di carta e se lo metteva in tasca. Potevi sentire dei baristi – tra una scommessa e la preparazione di un Pink Squirrel – parlare come re filosofi.”

Il bar delle grandi speranze - di J.R. Moehringer – Piemme (Traduzione di Annalisa Carena) pp. 486 € 10,90 (eBook € 6,99)

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