Per la prima volta aveva assaporato il delizioso buffet di possibilità che diventa la vita quando si riducono i possessi mondani a due valigie. 

Il libro

Edward Hobson è un insegnante di storia, padre di quattro figli, appassionato di indovinelli, amante dello humor nero e invalido di guerra. Con i figli ha adottato uno strano metodo pedagogico basato su frasi fatte, nozionismo esasperato e sentenze moralizzatrici che i ragazzi devono imparare a memoria. Quando gli svenimenti di cui soffre diventano più frequenti i figli preoccupati, non potendo chiamare un dottore visto che il capofamiglia li odia, decidono di cercare di capire da dove provenga quello strano malessere che colpisce il padre. Nel frattempo Edward sta lavorando a un progetto segretissimo: “Hobstown”, un luogo che, nelle sue intenzioni, dovrebbe salvare non solo lui ma anche il resto del mondo. Richard Powers in questo romanzo racconta un’America di provincia, caratteristica e al contempo stravagante, e i personaggi che la abitano, capaci di compassione e di un’immaginazione così forte da poter diventare un’ancora di salvezza.

La mia lettura

Ci trasferiamo, ci sradichiamo. Ci ricostruiamo lentamente in un luogo estraneo 

Vero e proprio capolavoro dal punto di vista stilistico, questo romanzo del 1988 non è certamente una lettura semplice, Powers (quest’anno è finalista al Premio Gregor Von Rezzori con il suo romanzo Il sussurro del mondo sempre La nave di Teseo editore) è uno dei cosiddetto autori americani “massimalisti” e Il dilemma del prigioniero rientra appieno nelle caratteristiche del filone. Dicevo che non è una lettura facile, ci sono almeno tre piani narrativi con linee temporali diverse, c’è la guerra mondiale, ci sono gli anni settanta; c’è la storia del capofamiglia, la sua adolescenza e l’adolescenza dei figli, la vita familiare, la bomba atomica, le questioni politiche, le malattie incurabili, lo scontro generazionale.

La scrittura di Powers è raffinata, brillante, divertente, non può fare a meno di lanciare ai lettori la sfida di interrogarsi sulla natura umana, la letteratura è prima di tutto approfondimento, conoscenza, un bravo scrittore deve necessariamente darci qualcosa su cui riflettere.

Mio padre, ultimo dei tuttologi, mi ha sempre insegnato che si dovrebbe cercare – senza speranza di successo – di sapere tutto, ma non mi dice mai, chiaro e tondo, perché la ricerca del sapere l’abbia lasciato così tremendamente solo e smarrito.

Dicevo che la storia ha diversi piani narrativi, il primo e più corposo è la storia della famiglia Hobson, Eddie è un professore di storia, con sua moglie e i loro 4 figli si sposta continuamente finchè non si sistema a DeKlab in Illinois, una città normale, forse anche mediocre, famosa solo perché è la patria dell’inventore del filo spinato … Eddie si rifugia nella sua brillante mente, tutto è un indovinello, ogni cosa si trasforma in nozioni da sciorinare alla sua famiglia che rimane prigioniera dei suoi continui giochi di parole ma tutti, nessuno escluso, evitano accuratamente di dare un nome, di identificare la malattia che affligge Eddie.

"Mi hai sentito. Calamina. Dico quello che intendo e intendo quello che dico. Faccio piani per il mio lavoro e lavoro ai miei piani […] una volta che Edward Hobson senior era stato fatto uscire dal recinto verbale poteva continuare per tutta la sera senza esaurire le sue capacità di libera associazione di idee. "

I quattro ragazzi hanno personalità differenti, nei loro scontri/incontri c’è la comunanza dell’amore verso questo strano genitore, tutta la famiglia provoca in chi legge una sorta di senso di soffocamento, i loro alti e bassi diventano i nostri, come loro, insieme a loro, vogliamo che tutto finisca bene, soffriamo e periamo.

L’altro piano narrativo è ben distinguibile nel romanzo, l’autore scrive in corsivo diverse pagine in cui Eddie Hobson ripercorre la storia americana, parla della Fiera mondiale del 1939 con tutte le sue innovazioni tecnologiche, parla di Walt Disney come di un eroe frustrato che mette in salvo 10.000 giapponesi incarcerati durante la guerra mondiale in cambio della realizzazione di una epopea in grado di risollevare l’umore degli americani! Questa parte del romanzo è molto complessa, inafferrabile quasi, non so se Powers volesse trasmettere lo stato di confusione del suo protagonista.

Il terzo piano narrativo vede invece entrare in scena una figura enigmatica che dovrebbe essere il padre di Powers che come Eddie Hobson era un insegnante di storia! Questa parte è più accessibile, più comprensibile anche se non si riesce a capire bene se è tutta finzione o se c’è una parte di verità, di autobiografia.

In qualche luogo, mio padre ci insegna i nomi delle costellazioni. Siamo sdraiati aò freddo, nel buio cortile posteriore […]Noialtri bambini ci distribuiamo sopra il suo corpo enorme come tanti fazzoletti.

Che splendida immagine … E ancora:

Vedove intercambiabili in pantofole e vestaglia avrebbero allungato òe mani sulla fredda soglia per recuperare le notizie del mattino.

Si dicono tante cose di Richiard Powers, per esempio si dice che è troppo cervellotico, troppo chirurgico, ha uno stile più perfetto che emotivo, qualcuno invece ha detto che è un Foster Wallace più simpatico, io dico che è uno scrittore di rara bravura e che chi non lo avesse ancora fatto dovrebbe cogliere l’occasione e avvicinarsi …

Il dilemma del prigioniero di Richard Powers – La nave di Teseo (traduzione di Luigi Schenoni) pp 380 € 7,99 eBook

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