“Ero come un bambino appena nato: l’aria mi faceva male, la luce mi dava fastidio, i dettagli del mondo mi sembravano sgargianti e ostili.”

Il libro 

La protagonista è una persona sola, tremendamente sola, seduta sul bordo del mondo. Orfana da anni, bella, ricca, colta, lascia il lavoro in una galleria d'arte e decide di imbottirsi di farmaci per dormire il più possibile e non provare nessun sentimento. Tra flashback di film anni ottanta, Whoopy Goldberg e Mickey Rourke in «9 settimane e mezzo», dialoghi surreali spesso spassosi, descrizioni di una New York patetica e scintillante, il libro ci spinge a chiederci se davvero possiamo mai sfuggire al dolore. Una strana favola nera, irriverente, in cui i personaggi non sono gradevoli, anzi spesso risultano insopportabili, ma Moshfegh riesce ugualmente a farci affezionare persino a Reva, l'amica fragile e buffa, o alla psichiatra pazza che prescrive farmaci senza battere ciglio, mettendoci di fronte al lato più oscuro e incomprensibile dell'umanità.

La mia lettura

Mi verrebbe da dire divertente se non fosse che la storia è decisamente triste, divertente è la scrittura di Ottessa Moshfegh, la giovane autrice è ironica, bravissima a descrivere i suoi coetanei, le incertezze e il male di vivere che chiunque può provare. La protagonista sta facendo i conti con il suo passato, è orfana di entrambi i genitori che però non hanno mai rappresentato per lei calore e amore, ha reagito a quelle morti con risolutezza, con freddezza quasi ma ad un certo punto, come è normale che sia, ha smesso di alimentare il suo autocontrollo a suon di alcol o droghe e si è lasciata andare al suo anno di riposo e oblio.

“Mio padre non era né un alleato né un confidente, ma mi sembrava strano che quel duro lavoratore fosse relegato al divano mentre quella pigra di mia madre si godeva il matrimoniale. Ce l’avevo con lei, ma sembrava immune ai sensi di colpa e alla vergogna […] Una volta mia madre aveva detto che eravamo tutti e due lupi di pietra. Ma anche lei aveva un’aura di freddezza […] nessuno di noi aveva molto calore nel cuore”.

Lasciamo da parte il surrealismo di cui è intrisa a storia, è poco credibile che una persona senza quasi mangiare e imbottita fino al midollo di psicofarmaci sopravviva per un anno senza rischiare la pelle, concentriamoci sugli spunti che l’autrice ci lancia a piene mani.

“L’istruzione è direttamente proporzionale all’ansia”

Quanto è vera questa semplice e banale affermazione? Alzi la mano chi può dire di non essersi mai sentito stanco anche della quotidianità, di lottare con i sentimenti, di dover comprendere, accettare, perdonare, passare oltre …

I primi tempi, nei fine settimana facevo quello che fanno tutte le giovani donne newyorkesi: lavaggio del colon e del viso, colpi di luce, allenamento in una palestra costosissima seguito da ammollo nell’Hammam finché non ci vedevo più niente, e poi di sera uscivo con scarpe che mi tagliavano i piedi e mi facevano venire la sciatica

Io a Milano avevo una collega che faceva regolarmente i lavaggi del colon … tutte le mie colleghe facevano tutte le cose che ho appena citato dal romanzo e chi non le faceva era fuori! Fuori dal giro, fuori dalle dinamiche necessarie per avere una vita sociale. La discesa agli inferi dei questa ragazza fragilissima è descritta con tale coinvolgimento emotivo e contestualizzata in modo eccellente che possiamo trasferirla nelle nostre vite facilmente, la sua sfera sentimentale è un disastro quanto tutto il resto:

“ Non posso essere io ad aiutarti a risolvere le tue tendenze abbandoniche, aveva spiegato. E’ una responsabilità troppo grande. Meriti davvero qualcuno che possa sostenere il tuo sviluppo emotivo”.

Questo è Trevor, l’uomo con cui la protagonista ha una sorta di relazione a senso unico, è il perfetto narcisista come tanti se ne incontrano ogni giorno, neppure particolarmente intelligente o interessante, è quel tipo d’uomo in cui si inciampa quando non siamo ancora “risolte” come donne, quando non abbiamo ancora trovato la strada verso il nostro equilibri, accettazione, autorealizzazione. Molto bello il rapporto con la migliore amica, Reva, è un rapporto imperfetto, fatto di gelosie, di cose non dette o dette male e per questo appare vero, comprensibile. Divertenti le descrizioni dell’ambiente artistico newyorkese:

Da Ducat l’arte avrebbe dovuto essere sovversiva, irriverente, scioccante, ma era solo merdosa controcultura in scatola, roba punk però con i soldi che al massimo ti faceva venire voglia di svoltare l’angolo e comprare uno di quei capi di Comme des Garcons che non stanno bene a nessuno”.

Ottessa Moshfegh scrive davvero bene, il romanzo mi è piaciuto, ho faticato ad accettare l’idea di trasformare tutto quanto questo dolore in un’opera d’arte, in uno spettacolo (non vi dico in che senso, sarebbe spoiler), è come se con la svolta narrativa che decide di dare depotenziasse la figura tragica della protagonista ma personalmente ho trovato la scrittura così piacevole e nelle mie corde a livello stilistico che tutto sommato passo sopra a questo epilogo che conduce ad una morte e ad una rinascita di cui però non immagino il prosieguo, non mi interessa  che fine faccia la protagonista intendo! Un The End traballante insomma.

Il mio anno di riposo e oblio Ottessa Moshfegh Traduttore: Gioia Guerzoni Editore: Feltrinelli Pagine: 240 p., Brossura € 14,45

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