Appropriazione culturale, un romanzo che non tiene conto del Messico, un brutto romanzo. Molti si sono voluti accanire contro l’autrice portoricana (naturalizzata americana) Jeanine Cummins che ha osato scrivere un romanzo che affronta uno dei grandi problemi del Messico senza essere messicana, il problema è che sono arrivati alle minacce di morte e questo è decisamente eccessivo! Lo scrittore messicano Alberto Chimal lo ha definito: “insufficiente nel migliore dei casi, e nel peggiore deliberatamente disonesto” ma anche Daniel Saldaña París, poeta e scrittore messicano a cui io stessa ho chiesto un parere non ha esitato a dirmi che è un libro “lleno de lugares comunes y pensado para un publico gringo” invece Valeria Luiselli (che io adoro) ha scritto ad Oprah ( che lo ha inserito tra i suoi consigli di lettura) su Twitter : “con tutto il rispetto, mi pare la peggiore scelta possibile fra i libri del 2020”. Tutti autori che stimo, tutti messicani.

Il libro

Dici Acapulco e pensi a spiagge di sabbia finissima, mare cristallino e palme accarezzate dalla brezza. Ma oggi la perla del Pacifico è molto diversa dall'immagine da cartolina usata per attirare i turisti. Il narcotraffico si è insinuato in città e gli omicidi sono all'ordine del giorno. Ad Acapulco vive Lydia, che si divide tra il lavoro in libreria e la famiglia costruita con il marito Sebastián, giornalista, e il figlioletto Luca, otto anni e un'intelligenza fuori dal comune. Quello che Lydia non si aspetta è che la sua esistenza venga sconvolta da un giorno all'altro, quando un commando di uomini armati irrompe alla festa di compleanno della nipote e stermina tutti i suoi cari. Nascosti in bagno, solo Lydia e Luca si salvano dalla carneficina, e per loro inizia una fuga estenuante. Rimanere in Messico equivale a morte certa, ma per non farsi rintracciare dal boss che ha ordinato il massacro bisogna evitare le strade più battute e i normali mezzi di trasporto. Così, a madre e figlio non resta altro da fare che prendere la via dei migranti: le centinaia di famiglie che ogni giorno fuggono dai paesi dell'America centrale, devastati dalle bande criminali, e attraversano il Messico nella speranza di raggiungere il confine con gli Stati Uniti. Questo significa anche salire sulla Bestia, il treno merci su cui i migranti si arrampicano al volo rischiando di finire stritolati. Mentre tentano di saltare a bordo, Lydia e Luca incontrano due sorelle, Soledad e Rebeca, scappate dall'Honduras, e i quattro iniziano a viaggiare insieme. Affronteranno la difficile traversata del deserto, conosceranno altri migranti, disposti ad aiutarli o pronti ad approfittarsi di loro, e cercheranno di conservare la propria umanità in un'esperienza che di umano ha ben poco. Ma è davvero possibile raggiungere il confine? I sicari li troveranno? E cosa ha scatenato la furia del boss che li vuole morti?

La mia lettura

Ho letto le 416 pagine di Il sale della terra lo scorso weekend e l’ho fatto con piacere, l’ho trovato toccante, appassionante, stimolante, insomma mi sono resa conto di far parte, come Stephen King e Don Winslow, di quei “gringo” per cui evidentemente il romanzo è stato scritto (secondo i messicani). Confesso che io conosco il Messico solo per quello che leggo sui giornali, attraverso la cinepresa impietosa delle serie tv che di questo paese parlano quasi esclusivamente concentrandosi sui narcotrafficanti però quello che mi sento di dire è che il personaggio di Lydia è evidentemente un personaggio romanzato, anche molti aspetti della storia sono chiaramente raccontati a favor di tono e ritmo narrativo, Il sale della terra non è Gomorra di Saviano pur affrontando temi difficili.

Un romanzo è un romanzo, arrivare a dire che la Cummins abbia voluto strumentalizzare le sofferenze di un popolo deliberatamente per cavalcare un tema che nell’epoca trumpiana fa sicuramente discutere e vendere … non so, mi sembra davvero eccessivo.

Noi italiani conviviamo da sempre con best seller che ci ritraggono mafiosi, assassini, faccendieri senza pietà, forse siamo più qualunquisti dei messicani se non ci cimentiamo con alzate di scudi contro chi scrive romanzi che distruggono l’immagine delle nostre città! “Vedi Napoli e poi muori”! con Gomorra di Saviano il detto potrebbe essere preso alla lettera che dite? Ho letto articoli di giornalisti italiani che si sono accodati ai detrattori della scrittrice, come se potessero valutare ogni singola parola scritta nel romanzo, le tradizioni mal raccontate, le inesattezze sulle statistiche fornite, parliamoci chiaro, io non so valutare, so che il romanzo mi è parso scritto bene, so che non penserò da ora in poi che in Messico sono tutti assassini, continuerò a pensare che è un paese che spero un giorno di poter visitare.

Se devo fare invece una piccola critica alla trama, mi sento di dire che la figura meno credibile forse è proprio quella del “ jefe” del cartello ma ci sta, perché come dicevo prima, io non l’ho scambiato per un saggio sul narcotraffico, è un romanzo. Non so se Jeanine Cummins si aspettasse tutto questo, forse il sospetto che qualcuno si sarebbe irritato lo aveva, sembra infatti che si giustifichi quando spiega le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere il romanzo, io non sapevo per esempio che nel 2017 lungo il confine tra Stati Uniti e Messico moriva un migrante ogni 21 ore e che il Messico nel 2017 era il paese più pericoloso al mondo per fare il giornalista.

Conosco i morti del Mediterraneo non conosco i morti del confine messicano e se non avessero alzato questo polverone vi assicuro che non mi sarebbe neppure passato per la testa di prendere alla lettera le cose scritte in un romanzo.

Io dico leggetelo, come si legge un romanzo. 

Il sale della terra - Jeanine Cummins - Feltrinelli (Traduzione Francesca Pe') Pagine: 416 p., Brossura € 15,30

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