Il libro

Alice, Jimmy, Lynn, Mikey, Sam e Sally: da bambini erano inseparabili. Avevano trovato scampo alla solitudine e alla noia di una periferia depressa nel nord dello stato di New York – e spesso da difficili situazioni familiari – prendendo possesso di una casa abbandonata e facendone il quartier generale delle loro avventure. A sedici anni, però, di colpo e senza spiegazioni, Sally ha tagliato i ponti col resto del gruppo, che di lì a poco si è sfaldato. Più di dieci anni dopo, gli altri cinque amici si ritrovano proprio al funerale di Sally, a interrogarsi sul motivo del suo suicidio, a fare i conti con i segreti del passato, a riannodare i fili dell’affetto fortissimo che ancora li unisce, al di là delle differenze di indole e della propria storia personale.

Un romanzo corale sull’amicizia popolato da personaggi di vibrante umanità (su tutti, il timido Mikey e l’esuberante Alice, profondamente legati per quanto caratterialmente agli antipodi), che l’autrice riesce a tratteggiare grazie alla vivacità dei dialoghi e a una cura delicatissima per i dettagli; una storia punteggiata di rivelazioni e sottili colpi di scena che tiene in pugno il lettore, lo diverte e lo commuove, e gli resta nel cuore a lungo anche dopo l’ultima pagina.

La lettura di Monia

«Raccontaci una storia, Jimmy».

«Su che cosa?»

«Sulla vita», rispose Alice.

Jimmy rimase per un attimo in silenzio, passandosi una mano tra i capelli scuri e lucidi. «C’erano una volta sei grandi amici», cominciò. «Erano tutti diversi, ma insieme si trovavano benissimo. Uno di loro amava i numeri e le soluzioni. Una amava la musica e desiderava che il mondo fosse più bello. Un’altra era una leader senza paura che voleva proteggere tutti quanti. Uno di loro voleva sempre far ridere tutti. Uno era gentile e insegnava agli altri a volersi bene. L’ultima era… un mistero. I sei avevano bisogno gli uni degli altri. Erano fatti gli uni per gli altri». Jimmy rimase zitto per un istante, poi disse: «Fine».

Sei amici e una casa abbandonata che diventa rifugio, piccolo mondo lontano e parallelo alla vita fuori da lì.

“i loro genitori erano contenti che se ne stessero fuori di casa: era raro che si interessassero delle loro faccende”

Un’amicizia che pare indissolubile, come lo sono spesso le amicizie dell’infanzia e della prima giovinezza. Ma un giorno tutto cambia: una componente del gruppo, Sally,  si allontana senza spiegazioni e, piano piano, anche gli altri componenti si “dissolvono”. Subentra la vita, la crescita, il cambiamento.

Ma cosa ha allontanato Sally dal gruppo? Ognuno dei Gunners crede di avere la risposta a questa domanda. Ognuno dei Gunners conosce qualcosa che gli altri ignorano. Ognuno dei Gunners ha sofferto e crede di essere la causa di quanto è successo

«Quello che sto cercando di dire è che quando abbiamo perso Sally, dentro di me è cambiato qualcosa».

Mikey annuì: «Anche per me».

Alice aggiunse: «E per me».

Lynn continuò: «Sally mi ha insegnato delle cose sulle persone che non avrei mai voluto imparare».

Alice disse: «E quali sarebbero?»

«Che la gente può scomparire. Proprio davanti ai tuoi occhi. Che tu non lo capirai mai, che non ci potrai fare un bel niente».

Leggi le prime pagine di La casa dei Gunner  e ti sembra di entrare in un libro di Stephen King, non del King più horror, ma di quello che tanto bene ha saputo raccontare le paure e le insicurezze dell’infanzia e dell’adolescenza, e quei legami che supportano, che aiutano a superare quei momenti, quel modo di sentirsi così “sbagliati”. Ma, poco dopo, ti senti trasportato nell’atmosfera de Il grande freddo il film di Lawrence Kasdan dei primi anni Ottanta, dove un gruppo di amici si ritrova, dopo anni di lontananza, al funerale di uno di loro; e quello sarà il pretesto per poter passare un po’ di tempo insieme, nella stessa casa, per condividere ricordi e non solo.

Anche ai Gunners accade la stessa cosa. Anche per loro il funerale di Sally diventerà il pretesto e il motore per raccontarsi l’un l’altro i tasselli che si sono persi negli anni in cui non si sono frequentati, ma anche per ricostruire quel passato di cui ognuno di loro conosce un pezzetto in più. Si confesseranno anche le parti peggiori di se stessi e si perdoneranno, forse, come solo gli amici sanno e possono fare. Si sveleranno segreti, che ormai la prescrizione permette di raccontare. Ma non tutto, perché non tutto serve sapere, perché a volte è meglio non sapere.

Ognuno dei sei amici ha un suo ruolo nel romanzo, delle caratteristiche sue che piano piano il lettore scopre, ma la narrazione è in terza persona, il narratore è esterno alla storia. Anche se spesso il lettore si sente alle spalle di Mikey, al quale

“sembrava di vedere i suoi amici attraverso un binocolo, anche quando li aveva proprio di fronte”

Quindi, se dovessimo scegliere un attore protagonista per questa storia, quello sarebbe proprio il piccolo Mikey, lui che ha un anno in meno degli altri e anche un occhio in meno (ci vede solo da uno), lui che lentamente sta perdendo la vista e cerca di serbare i ricordi di colori e immagini, abbinando a ognuna un suono, una musica. Mikey il più sensibile, quello che fatichi a immaginare sorridente, ma il personaggio che non puoi non amare

“…quando era molto piccolo, prima di imparare che era da schiocchi parlare liberamente di ciò che si provava. Aveva detto: «Certe volte dentro di me ho una brutta sensazione, una sensazione triste». Suo padre aveva detto: «Anch’io». Mikey aveva provato un sollievo così grande nello scoprire di condividerla con il padre che, con il tempo, aveva cominciato ad amare quella sensazione ombrosa, che si sarebbe rivelata costante come le maree, persistente e affidabile come una cara amica, reale e parte dell’universo tanto quanto il sole.”

Il ruolo dell’attrice protagonista spetterebbe forse alla scomparsa Sally, ma se dovessi scegliere io lo assegnerei ad Alice: lei fonda il gruppo, le non riesce a non dire la sua. Lei è quella che sembrerebbe non aver bisogno di nessuno, ma che, in fondo, ha sempre voluto e tenuto insieme il gruppo (per quanto ha potuto almeno). Lei è un personaggio strepitoso (e saprei anche a chi abbinarla degli attori de Il grande freddo, ma vi svelerei troppo…)

Kauffman, attraverso una reunion, ci racconta uno spaccato della vita della provincia americana. Ci presenta sei personaggi diversi, attraverso dialoghi reali, vivi. E tu, lettore, ti senti seduto al loro fianco, su quel divano, a quella tavola, o ovunque loro siano; e ci stai  bene, ti senti tra amici. Ridi, balli anche e piangi (io l’ho fatto)

 Kauffman ci regala, soprattutto, una bella storia di amicizia

«Penso che siamo stati tutti un po’ innamorati gli uni degli altri in tempi diversi. Non è proprio quello che succede tra amici che crescono insieme?»

Amicizia che, nonostante il tempo, nonostante la distanza e il non vedersi. Nonostante il cambiamento.

«Penso che in determinati periodi della vita siamo più o meno vicini a quello che siamo veramente. Ma l’essenza, ciò che siamo… quella credo che non cambi mai»

è sempre lì. E quando ci si rincontra è come se ci si fosse lasciati il giorno prima.

E, in fondo, pare volerci dire che se l’amore

 “è come sentirsi il terreno solido sotto i piedi”

forse lo è ancora di più l’amicizia: un porto che ti salva, un luogo dove stare al caldo e sentirti protetto. Avere qualcuno su cui poter contare e al quale poter perdonare quasi tutto.

È a questo che servono gli amici, no? A dirti che sei buono e bravo anche se non è vero.”

Monia Merli

LA CASA DEI GUNNER di Rebecca Kauffman

Traduzione Alice Casarini

Editore: SUR

Pp 304 Brossura € 17.50€

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