Il libro

È l'inverno del 1941 a Leningrado. La città è sotto l'assedio delle truppe tedesche e i suoi abitanti non hanno mai patito tanta fame. Per Lev, diciassette anni, naso grosso e capelli neri, e Kolja, giovane cosacco con la faccia impertinente, la fame, tuttavia, è ben poca cosa rispetto a quello che li aspetta. Lev ha rubato il coltello a un paracadutista tedesco morto assiderato e Kolja ha avuto la brillante idea di disertare. Reati gravissimi in tempo di guerra, per i quali la pena prevista è una sola: la fucilazione. Dopo qualche giorno trascorso in un cupo carcere sulla Neva, i due si ritrovano al cospetto di un colonnello dal collo taurino e le stelle ben in vista sulle mostrine. Il colonnello dapprima li squadra, poi li invita a seguirlo fino ai margini del fiume. Sulla Neva ghiacciata una ragazza, capelli corvini legati in uno chignon morbido, pattina esibendosi in piroette strette e veloci. È sua figlia e sta per sposarsi. Un matrimonio vero, alla russa, con musica e danze e... un solo problema: la torta nuziale. Ci sono lo zucchero, il miele, la farina e tutti gli altri ingredienti, ma mancano le uova, una maledetta dozzina di uova introvabili in tutta Leningrado per gli eroici soldati dell'Armata Rossa, ma non forse per una volgare coppia di ladri...

La lettura di Monia

«È stato tempo fa» ha detto. «Non mi ricordo com’ero vestito. Non mi ricordo se c’era il sole».

«Volevo solo essere sicuro di non sbagliare niente».

«Non sbaglierai».

«Questa è la tua storia. Non voglio mandare tutto a puttane.»

«David…»

«Ci sono un paio di cose che ancora non tornano…»

«David» ha detto, «sei tu lo scrittore, inventa».

Il romanzo di David Benioff si apre con un pretesto narrativo. Uno sceneggiatore di Los Angeles, David, che potrebbe essere l’autore stesso (ma il romanzo è una storia di pura invenzione), accende il registratore e chiede al nonno, un ebreo russo, di parlargli della guerra.

Inizia così il racconto di una settimana della Seconda Guerra Mondiale, durante l’assedio tedesco della città di Leningrado. Parole che narrano l’atrocità della guerra e lo fanno senza attutirne la crudeltà, il sangue, l’efferatezza.

I giorni erano diventati un disastro via l’altro: un’ipotesi assurda la mattina, ora di sera era già un fatto. Dal cielo piovevano cadaveri tedeschi; al mercato nero i cannibali vendevano salsicce di carne umana; i palazzi si trasformavano in macerie; i cani in bombe; i soldati congelati fungevano da segnaletica; un partigiano senza mezza faccia oscillava nelle neve, rivolgendo uno sguardo triste ai propri assassini. Non avevo cibo nello stomaco, non avevo grasso sulle ossa e tantomeno la forza per riflettere su questa catena di atrocità. L’unica era muoversi, sperando di raccattare un altro tozzo di pane per me stesso e una dozzina di uova per la figlia del colonnello.

Parole che sembrano uscire circondate da una nuvola di alito freddo, perché è inverno in Russia. Ed è un inverno che non perdona, come la fame nella quale è abbandonata la popolazione.

Ma parole che narrano anche il nascere di un’amicizia tra due ragazzi che vengono messi insieme dal caso e da una missione da compiere che ha come meta finale la loro salvezza, la loro vita. Due ragazzi diversi, ma che strada facendo inizieranno a conoscersi, a proteggersi e a completarsi.

Lev, il protagonista, un ebreo russo, il narratore della storia: un ragazzino di diciassette anni, ma che ne dimostra qualcuno in meno. Orfano del padre poeta e rimasto solo in quella città che vuole proteggere, dopo che la madre e la sorella sono partite per mettersi in salvo; viene arrestato con l’accusa di essere un ladro per aver rubato un coltello a un cadavere. Lev l’ingenuo, il timido, il pavido forse.

L’assedio si era inasprito ma io non ero cambiato molto. La verità è che a gennaio non ero diventato più coraggioso di quanto non fossi a giugno: al contrario di quel che si crede, l’esperienza del terrore non ti rende più spavaldo. Anche se forse, quanto te la fai sotto tutto il tempo, è più facile nascondere la paura.

Kolja il ragazzone bello e amato dalle donne: con la battuta e il sorriso sempre pronti,  e sempre pronto a raccontarsi, come a burlarsi di tutto. Kolja l’irreverente, accusato di aver disertato, ma che continuerà a sostenere di non averlo mai fatto. Il soldato, l’eroe alto e dal ciuffo ribelle, coraggioso e capace di affrontare il nemico o la sorte, magari solo per fare sesso, ma che ha paura di esporsi rivelando di essere l’autore de Il segugio nel cortile, il romanzo di cui parla in continuazione per sondare l’impressione di chi lo ascolta (un romanzo dentro al romanzo…)

Kolja si proteggeva inventando Ushakovo. Lo scrittore fantasma permetteva a Kolja di saggiare il suo incipit, la filosofia del suo protagonista, perfino il titolo del libro, soppesando la mia reazione senza rischiare di essere deriso. Certo, le bugie hanno le gambe corte, e quella non era la più astuta, ma l’aveva messa giù bene, e decisi che probabilmente un giorno sarebbe riuscito a scrivere un buon romanzo, se fosse sopravvissuto alla guerra e avesse cestinato quell’incipit così retorico.

Kolja diventerà un po’ il mentore per Lev, gli insegnerà ciò che sa sulle donne, su come conquistarle, sul sesso. Una sorta di fratello maggiore che impartisce lezioni e che non lesina consigli. E Lev in quella settimana del 1942 incontrerà anche l’amore della sua vita e, forse, grazie anche ai consigli dell’amico riuscirà a conquistarla

Una settimana del 1942, la prima settimana dell’anno, la settimana in cui si innamorò di mia nonna, conobbe il suo migliore amico e uccise due tedeschi.

Due personaggi ai quali finisci per affezionarti, oltre a fare il tifo per quella loro avventura quasi impossibile (trovare dodici uova in una città dove pare non esistano più nemmeno le galline), mentre il ritmo del timer scandisce il conto alla rovescia di quei cinque giorni che i nostri protagonisti hanno a disposizione per aver salva la vita. E quella loro avventura si snoda attraverso un gioco di prove di forza e di coraggio, una sorta di macabra caccia al tesoro che porta Lev e Kolja, stazione dopo stazione, a incontrare personaggi che paiono usciti da una fiaba non adatta a un pubblico bambino: orchi cannibali, belle ragazze costrette a prostituirsi al nemico per tutelare la propria vita, un bimbo che ha come unico scopo quello di tenere al caldo un gallo, una donna cecchino nascosta dietro alle sembianze di un ragazzino…

Leggendo La città dei ladri riesci a sentire il freddo e la fame, riesci a sentire lo scorrere del tempo e, a tratti, riesci a sentire l’ansia per una missione che odora di impossibile. Sei in Russia certo, sei circondato da russi e tedeschi, ma il ritmo lo senti molto americano. Come lo è la scrittura, perché Benioff, pur tradito da un nome che ne conferma le origini russe (la madre è ucraina e il padre è rumeno, ma lui ha scelto di portare il nome della madre), confessa che della Russia gli è rimasto forse solo l’amore per i libri che gli ha tramandato sua madre

Sento più un legame con la letteratura che con la gente e diventa inevitabile immaginare la trasposizione di questa storia sul grande schermo. Del resto ricordiamo che Benioff è lo sceneggiatore di una delle serie televisive più amate di tutti i tempi: Il trono di spade.

Vi anticipo che La città dei ladri fa piangere (anche sei io non faccio testo in materia, in quanto ho la lacrima facile, sempre…), come ogni storia che racconta vicende che toccano il cuore. Come ogni storia che riesce a regalarti personaggi dei quali non puoi che innamorarti e dai quali ti staccherai con un filo di sofferenza. Ma La città dei ladri, nonostante il clima (non solo quello atmosferico), riesce anche a far sorride, a farti vedere oltre il muro dell’orrido: una possibilità, forse, o una speranza. Il gelo che si scioglie sotto al calore dell’amicizia.

Un libro che detesti dover finire e che, nello stesso tempo, sei curioso di sapere come va a finire; un libro che consiglio a chi ha voglia di una storia che narra di legami, di sentimenti. Ma anche a chi ama l’avventura e le corse a perdifiato. E a chi pensa: No, io una storia di guerra anche no, perché qui certo la guerra c’è, ma non è quello il punto…

Monia Merli

LA CITTÀ DEI LADRI di David Benioff

Traduzione Marco Rossari

NERI POZZA

PP 281 € 11,88 tascabile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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