“Ogni paese appartiene a chi ci è nato. Gli altri possono entrare, ma a una condizione: restare al proprio posto. E rinunciare a se stessi."

Abbiamo tutti in mente il bambino di 4 anni annegato cercando di raggiungere Lesbo, il centro di detenzione di Moria di cui Dina Neyeri parla (lo ha visitato personalmente) è chiamato dai rifugiati che sono costretti a rimanerci “l’inferno”, è uno dei campi più inospitali (insieme a tanti altri purtroppo) della Grecia. A Moria ci sono circa 20.000 profughi e richiedenti asilo.

Il libro

Alla fine degli anni ottanta, quando la sua famiglia decise di fuggire dall'Iran in guerra, Dina Nayeri era una bambina. Il rumore delle bombe, le sirene e le corse per nascondersi nel seminterrato, la poca luce filtrata dalle finestre serrate erano tutte cose normali. Negli anni a venire, sui letti a castello delle case per i rifugiati di Londra, di Dubai, di Roma, poi dell'Oklahoma, Dina conobbe per la prima volta il silenzio del sonno tranquillo e ininterrotto: quella fu la sua prima idea di cosa fosse la pace. Sua madre le diceva di pregare e di essere grata. Sui migranti sono state scritte molte storie. A partire dall'Eneide, l'esperienza di chi è costretto a fuggire non ha mai smesso di essere all'origine di narrazioni impetuose, grandi, travolgenti. Storie di singoli individui, soli contro la perdita di tutto, storie che sono universali. Dopo un clamoroso reportage uscito sul "Guardian", The Ungrateful Refugee, Dina Nayeri si misura con la domanda più impietosa del nostro tempo: che cosa significa essere un migrante? E soprattutto: cosa succede quando chi fugge diventa un rifugiato? Qual è il prezzo della sua integrazione? La risposta è semplice. La prima regola per il rifugiato è rimanere al proprio posto. Essere meno capace, avere meno esigenze degli altri. Accontentarsi e ringraziare per l'accoglienza, accettando il destino di un terribile circolo vizioso: sei un pigro richiedente asilo, finché non diventi un intruso avido. Grazie alla propria esperienza, una scrittrice esplora come vive chi è costretto a fuggire, come si declina il rifiuto delle comunità di approdo, e indaga la tragedia dello straniamento dell'identità che tutti i giorni avviene sotto i nostri occhi.

La mia lettura

Non ho nessun dubbio che questo libro di Dina Nayeri sia un libro da leggere, oggi più che mai dopo l’orrore a cui abbiamo assistito i giorni scorsi. Ho preso il libro d’istinto, attratta dalla melagrana in copertina, un frutto diffuso anche in Iran e citato dal Corano come un frutto che cresce in paradiso, ma nel racconto di Dina Nayeri non c’è traccia di paradiso. La storia personale che Dina Nayeri racconta è alternata a quella delle testimonianze che ha raccolto: Darius, Amina la siriana, Farzaneh e il terrore provato in mezzo al mare con la figlioletta Shirin, Valid e la moglie Taara sfuggiti ai talebani, tutte persone che ha sentito l’esigenza di incontrare per cercare nella loro fuga la propria, l’esigenza, quasi, di un “ripasso” perché i suoi ricordi di bambina, vividi ma comunque filtrati dalle emozioni dell’età, necessitano di essere interpretati, custoditi, in qualche modo rivissuti.

“Sono un carico messo in salvo, perciò sono preziosa. Ho uno scopo. Lavorando sodo ripagherò l’intero universo.”

E’ facile per una profuga trasformarsi in una ingrata ci spiega Nayeri, è sufficiente che tiri fuori una lamentela per qualcosa che realmente non va bene, non funziona, qualcosa di ingiusto, che esci dai confini virtuali in cui ti trovi, quelli di chi deve essere grato all’infinito e per questo deve tacere.

“Una volta, in una chiesa in Oklahoma, una donna mi disse: Ma certo, lo so, sei venuta qua per una vita migliore. Trasecolai: una vita migliore? […] La vita in Iran era una favola. In Oklahoma vivevamo in un gigantesco complesso per poveri e diseredati”

L’Hotel barba di Mentana, vicino Roma, riparato su un collinetta in mezzo alla campagna è il limbo in cui lei, sua madre e suo fratello sono costretti a vivere dopo la loro fuga, sono dei richiedenti asilo, devono dimostrare che la loro vita è in pericolo che non sono dei bugiardi. Quando Nayeri scappa dall’Iran è il 1988, sono gli anni della rivoluzione khomeinista, sua madre si è convertita al cattolicesimo, dopo diversi arresti e minacce da parte della polizia morale lascia il marito dentista in Iran e decide di rischiare affrontando i pericoli della fuga.

“Ogni giorno della propria vita il profugo deve differenziarsi dall’opportunista: il migrante economico”.

Mi ha fatto riflettere molto il modo con cui l’autrice ha scelto di spiegare come si affronta l’attesa nel momento in cui altri devono decidere della tua vita, cita spessissimo Roland Barthes “ L’attesa ti priva del senso delle proporzioni”, non avere nulla, neppure la disponibilità del tempo, vivere le giornate senza sapere cosa sarà della tua vita, dove altri decideranno che potrai vivere. Noi siamo fortunati, viviamo in un paese dal quale non siamo costretti a scappare e non abbiamo fatto niente per meritarcelo, ci è capitato, ciò detto, bisognerebbe fare lo sforzo di ricordare ogni giorno quanta disuguaglianza c’è nel mondo, quanto è accentuato il disequilibrio, quanto è dura accettare le umiliazioni che derivano dalla carità. Sentiamo spesso parlare dei pacchi che vengono consegnati ai migranti nei centri di accoglienza, sono pacchi standard che non tengono conto della individualità di chi li riceve, hai allergie?, Problemi particolari di cui tener conto?, Malattie? Ci si aspetta ringraziamenti e riconoscenza e basta, nessun diritto, nessuna possibilità di avanzare una richiesta. Il dolore e l’inquietudine dell’attesa, il desiderio di far parte di una comunità, il vuoto delle giornate tutte uguali. Ma tutto questo è perché si sta scappando, il ricordo della guerra scatenata da Saddam Hussein, dei missili che nel 1987 uccisero migliaia di persone inermi, le sirene, le corse per nascondersi in cantina insieme ai vicini, al buio.

“L’Iran attuale è un paese di profughi che hanno conosciuto piccole gioie, esiliati da quell’autentico paradiso prerivoluzionario noto a tutti. “

Sedici mesi da profughi non si dimenticano, la condizione di “handicappati sociali” non si dimentica. Dina Nayeri riflette sui rifugiati di oggi, sulle posizioni dell’attuale governo degli Stati Uniti, ricorda che ai suoi tempi Reagan era stato visto come un eroe, l’uomo che li aveva fatti sentire al sicuro. Bello il racconto del progetto Refugee Support con la testimonianza del cofondatore Paul Hutchings che va di campo in campo a costruire piccoli negozi con un proprio sistema di valuta in grado di distribuire cibo e vestiti lasciando ai profughi la possibilità di fare piccole scelte, è un modo semplice per restituire dignità, per non far provare vergogna a chi deve vivere di carità.

“Il mio sguardo è attirato dagli oggetti più strani della casa: degli orsacchiotti di peluche di ogni dimensione sono fissati ai muri, in cucina, sopra lo stipite della porta […] A quanto pare i benefattori inglesi e americani mandano orsacchiotti in continuazione […] Quando un dono fatto col cuore può trasformarsi in un orrendo promemoria di tutto ciò di cui in realtà hai bisogno?”

Quanto è difficile l’integrazione? E’ possibile per noi riuscire a capire davvero le persone che rimangono in balia delle onde guardando la morte in faccia? L’ansia che provano a bordo di imbarcazioni che pur portandole in salvo non possono assicurare niente perché anche chi salva, chi aiuta oggi è visto come il complice dei delinquenti che lucrano sul desiderio di vivere degli altri? Non lo so, non credo che saremo mai in grado di capire davvero. Non c’è rabbia, non ci sono accuse e recriminazioni in questo racconto, è una testimonianza, un modo di esorcizzare le paure che non si dimenticano, che rimangono come un peso, una sbarra, pesante di metallo su petto, in gola. Dina Nayeri ha dovuto combattere a lungo contro la sua “sbarra di metallo”, contro una profonda depressione, logorante, che toglie il fiato.

Io ho provato un grande desiderio di consolarla, di contattarla, di ringraziarla per avermi raccontato la sua esperienza, di avere aggiunto qualche tassello in più alle cose che sapevo e a quelle che immaginavo.

L'ingrata - Dina Nayeri - Feltrinelli (Traduzione Flavio Santi) pp 366 € 16,15

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