Non avrei potuto sopportare di parlare di L’urlo e il furore sproloquiando sul flusso di coscienza, sulle similitudini o sulla influenza di Joyce …preferisco riferirvi le poche considerazioni che sono riuscita a fare leggendo il romanzo in italiano e in inglese con enormi difficoltà ma in questo caso ho sentito proprio l’urgenza di procedere così (dopo averlo letto tre volte in italiano) perché è , secondo me, il romanzo di Faulkner più difficile e la lingua originale aiuta parecchio quando si vuole compiere uno sforzo vero per capire a fondo un’opera.

Il libro

« Certe giornate verso la fine di agosto a casa sono così, l'aria sottile e pungente come questa, con qualcosa di mesto e nostalgico e familiare. L'uomo è la somma delle sue esperienze climatiche, diceva il babbo. L'uomo è la somma di tutto quello che vuoi. » Il romanzo è ambientato nella contea immaginaria di Yoknapatawpha ed è suddiviso in quattro parti. Protagonista del romanzo è una decadente famiglia bianca del sud degli Stati Uniti. La madre Caroline è sposata a Jason Compson III; i coniugi Compson hanno quattro figli: Quentin, Candace (Caddy), Jason e Benjamin e una nipotina, figlia di Caddy, chiamata anche lei Quentin, in memoria dello zio. I capitoli del romanzo racchiudono ciascuno una giornata. Il primo capitolo tratta del 7 aprile 1928; il secondo del 2 giugno 1910. Il terzo il 6 aprile del 1928; l'ultimo racconta dell'8 aprile 1928. Per ogni capitolo cambia la voce narrante. La prima è quella di Benjy Compson, il figlio ritardato mentale di 33 anni. La seconda parte si svolge 18 anni prima delle altre ed è raccontata da Quentin Compson, all'epoca studente ad Harvard, che si suicida a causa di una serie di eventi che coinvolgono la sorella Caddy. La terza parte riflette il punto di vista del loro cinico fratello Jason, mentre la quarta è raccontata in terza persona e basata sulle impressioni di Dilsey, la serva nera più anziana tra quelli al servizio della famiglia. Dilsey, l'instancabile mami della famiglia Compson ha tre figli: Versh, Frony, e T. P.; Frony a sua volta ha un figlio, Luster, che si occupa di Benjamin.

La mia lettura

Come dicevo poc’anzi, ho letto più volte L’urlo e il furore prima di metabolizzarlo e mi ci sono voluti anni prima di decidere di scrivere qualcosa. Sono scontata lo so, ma ho deciso di concentrarmi sul personaggio di Benjy che è quello più sorprendente, devo unirmi alle migliaia di lettori che così la pensano, la prima parte del libro è quella che ha proprio lui come voce narrante ed è la parte che in genere fa più “soffrire” il lettore perché Faulkner delega a questo personaggio e alla sua interiorità, ai suoi pensieri, il compito di presentarci la famiglia. Benjy è affetto da un importante ritardo cognitivo, filtra il mondo attraverso la sua percezione, il linguaggio è scarno, i termini usati per indicare le cose o rievocare un ricordo spesso sono fuorvianti perché i suoi strumenti per esprimersi sono limitati e le reazioni a qualunque cosa spesso amplificate dal terrore, dall’incapacità di farsi capire.

All’inizio del romanzo Benjy racconta di un gruppo di persone che stanno facendo qualcosa in un campo, insiste nel dire che stanno colpendo qualcosa ma non specifica cosa, almeno non lo fa nella versione originale, quella di Faulkner che scrive: “I could see them hitting. […] They took the flag out, and they were hitting. Then they put the flag back and they went to the table, and he hit and the other hit […] He hit. […] They were hitting little, across the pasture”

Nella traduzione che ho io di Vincenzo Mantovani, la frase è così: “Loro tolsero la bandiera e colpirono la palla. Poi rimisero a posto la bandiera e raggiunsero la piazzuola, e prima tirò uno e poi l’altro […] Tiravano piano, in fondo al pascolo”.

Faulkner non ha mai scritto la parola palla e leggendo il brano in inglese io ho provato ansia perché quel colpire non si capiva fosse riferito ad un gioco ed era giusto così perché a raccontare l’episodio è Benjy che non ha la più pallida idea di cosa sia il golf, lui e Luster in quel momento, sembrano due che stanno spiando qualcuno fare un’azione che noi lettori non percepiamo subito come un gioco. Non so spiegarlo ma ho avuto l’impressione che la traduzione abbia modificato l’intento dell’autore, è didascalica.

“We went to Mother’s room, where she was lying with the sickness on a cloth on her head”

“Andammo nella stanza della mamma, dove lei era coricata con un impacco sulla testa”

Prima la palla, ora l’aggiunta del fatto che la mamma fosse “coricata” e al contempo il concetto di “sickness” che viene meno. Provate a ragionare con la testa di Benjy… lo riconoscete di più nella prima o nella seconda frase? Il mondo di Benjy è un mondo fatto di poche cose, sono le cose che conosce e riconosce perché le collega alla sua casa, alla sua famiglia, lo stile e il linguaggio che Faulkner ha scelto per il suo personaggio è perfetto, esprime magnificamente questa persona la cui vita è emblema di sofferenza, Benjy è simbolo della caducità della vita, dell’impossibilità di dargli una spiegazione che vada oltre la casualità, i suoi limiti, dovuti al ritardo mentale sono tuttavia simili a quelli di Luster che invece è normale, semplicemente è nero, con questo stratagemma Faulkner ci lascia riflettere sul razzismo diffuso nei primi del Novecento (come ora). Benjy e Luster comunicano quasi come tra pari e i due personaggi rimangono legati per tutto il romanzo.

Altra cosa di cui mi sono accorta leggendo le due versioni inglese/italiano è il fatto che in tutto il romanzo in inglese ricorre sempre la parola “fence”, recinto. Il recinto è qualcosa di tangibile, materiale, se ci riferiamo a quello che circonda la casa dei Compson in cui Benjy è rinchiuso e dal quale guarda passare le ragazzine che vanno a scuola, ma recinto è anche quello delle sue limitazioni mentali che gli precludono una vita normale, il recinto è anche la barriera tra quello che era prima la famiglia e quello che diventa dopo la crisi economica, oltre quel recinto c’è un campo che una volta apparteneva a loro ed ora eccolo lì a ricordare ciò che non hanno più. Perché tiro fuori questa parola e il concetto che esprime, perché invece nella traduzione in italiano “fence” diventa: recinto, steccato, diventa addirittura muro e quindi viene svuotato completamente del significato originario soprattutto se riferito a Benjy che con i suoi limiti mai e poi mai sarebbe riuscito a declinare il concetto in tanti modi diversi a seconda dei casi.

Benjy “frigna” nella traduzione di Mantovani, Benjy non frigna nel romanzo di Faulkner. Shut up that moaning non vuol dire esattamente Smettila di frignare, moan significa gemito, è più un lamento che un “frignare” e il gemito di Benjy rappresenta il gemito di dolore dell’intera famiglia, immaginarlo frignare e immaginarlo gemere sono due cose molto differenti, il personaggio ne esce in due modi diversi, la sua percezione del mondo è stravolta dalla traduzione in italiano. Benjy non urla, emette suoni a volte disarticolati e non è in grado di provare sentimenti negativi, il furore del titolo non gli appartiene, lui soffre o gioisce a seconda di quello che prova al momento, il furore appartiene piuttosto ad altri membri della famiglia che pur più “normali” di lui sono quelli che non riescono a trovare un equilibrio nella vita.

Ma Benjy è il protagonista del romanzo? Non lo so, di certo è fondamentale ma lo è altrettanto Caddy, sua sorella che non è voce narrante eppure al pari di Benjy monopolizza gli eventi, le sue azioni, il suo desiderio di ribellione e di rivalsa verso un mondo misogino spingono gli uomini della famiglia a reazioni che si portano dietro conseguenze gravissime. Caroline la madre è una donna debole, piena di rimpianti, non è in grado di occuparsi della sua famiglia, della casa, si lascia sostituire dalla nera Dilsey che per alcuni dei ragazzi è un surrogato di madre tanto è vero che l’ultima voce narrante è proprio la sua, a lei Faulkner affida il compito di riassumere le vicende, di darci un punto di vista esterno alla famiglia.

La Grande Depressione, il razzismo, la misoginia, l’antisemitismo, questi sono i temi del romanzo, il linguaggio di Faulkner muta a seconda del personaggio, non possiamo cogliere le sfumature leggendo la traduzione e neppure leggendolo in inglese, è un romanzo che per essere colto in pieno presuppone troppe conoscenze per cui mi limito a riferire le mie impressioni superficiali. Quello che è più semplice da capire è l’intento dell’autore nelle scelte fatte riguardo l’uso della punteggiatura, nella sezione dedicata a Benjy le frasi sono sempre concitate, pochi punti, poche virgole e vi dirò di più, nel testo in inglese mancano del tutto anche i punti interrogativi che invece troviamo nel testo in italiano, mi sono presa la briga di confrontare le due versioni quasi pagina per pagina.

L’idea che mi sono fatta facendo questa esperienza è che ogni volta che leggiamo un romanzo tradotto dobbiamo ricordarci che stiamo leggendo un’opera filtrata attraverso una lingua con cui non è stata scritta e che quindi stiamo perdendo qualcosa. Penso che tutti o quasi abbiate letto L’urlo e il furore, non credo di aver aggiunto niente con queste mie parole, non posso dare un contributo maggiore, posso dirvi però di procurarvi una edizione in lingua originale e se avete amato questo romanzo di fare quello che ho fatto io … vale la pena!

William Faulkner – L’urlo e il furore (traduzione Vincenzo Mantovani) – Einaudi Pp 318 € 13,00 brossura

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