Il Libro

Ogni giorno in America, il Paese più ricco del mondo, sempre più persone si trovano a dover scegliere tra pagare l’affitto e mettere il cibo in tavola. Di fronte a questo dilemma impossibile, molti decidono di abbandonare la vita sedentaria per mettersi in viaggio. In un mondo in cui basta un ricovero in ospedale al momento sbagliato per mandare in fumo i risparmi di una vita, in cui la previdenza sociale è praticamente inesistente e il peso dei debiti spinge molti alla disperazione, donne e uomini in età da pensione hanno iniziato a migrare da un lato all’altro del Paese attraverso i mezzi di trasporto più vari, tra un lavoro precario e l’altro. Tra loro Linda May: una nonna di 64 anni, dai capelli grigi, che vive viaggiando su un 28 piedi, e Bob Wells, diventato vero pilastro della comunità dei nomadi dopo anni di sofferenza e fallimenti. Nomadland, nato dall’inchiesta «Dopo la pensione» (vincitrice del Premio Aronson 2015 per il giornalismo sulla giustizia sociale) ci accompagna in un viaggio indimenticabile attraverso la vita, i sogni e le speranze di questi nomadi del terzo millennio, per scoprire che, squarciato il velo illusorio del Sogno Americano, al di là è forse possibile scorgere una nuova realtà, più umana, più solidale, più bella.

La mia lettura

La cosa più impressionante di Nomadland, il toccante reportage di Jessica Bruder, è conoscere in dettaglio gli aspetti della sottocultura del “workamping”che, soprattutto per noi italiani, non può essere facilmente compresa, Bruder si è letteralmente immersa in questa realtà per diversi anni, ha guidato con i workampers, ha partecipato ai loro meetup annuali, ha lavorato brevemente in un magazzino di Amazon e ha raccolto barbabietole da zucchero, ha vissuto nel suo furgone (che ha soprannominato "Halen") come quegli uomini e quelle donne che sono diventati i protagonisti del suo libro.

Sarebbe stato facile usare toni sensazionalistici senza scavare fino in fondo, di materiale ne aveva tanto per fare scalpore, ma non si è accontentata di sfiorare solo la superficie di questa storia, Bruder ha puntato a far comprendere a noi tutti di cosa stava parlando e ci è riuscita.

La sua scrittura è colma di sentimento, non c’è distacco tra lei e le persone che ha incontrato e non c’è neppure pietà, c’è rispetto e ammirazione, quella che meritano persone coraggiose che a ogni età reagiscono con determinazione alla miseria, al precariato che toglie dignità. Ma se da una parte Jessica Bruder mostra l’intraprendenza di queste persone che vivono in roulotte e furgoni, vere e proprie “case” su ruote, dall’altra parte ci mostra cosa succede una volta che le forze vengono meno, si invecchia … come si può vivere in un furgone?

E soprattutto, come può un paese come gli Stati Uniti ignorare tutto questo? Come può permetterlo? E’ un'epoca di crescente disuguaglianza e di istituzioni fatiscenti, forse ci vorrebbero più persone come la Bruder che puntano i riflettori e fanno le domande giuste, attirano l’attenzione!

La regista Chloé Zhao ha portato al Festival di Venezia il film tratto dal libro, nel film ci sono i nomadi veri, quelli che racconta Jessica Bruder: Linda May protagonista del libro e Swankie e Bob Wells, io sono andata a cercare in rete queste persone, adoro gli Stati Uniti ma dico sempre che non ci vivrei perché l’idea che mi sono fatta è che i cosiddetti “hobo”continuano a far parte della società americana, che questo grande paese non è in grado di assicurare pari dignità ai suoi cittadini. Una testimonianza importante, un libro da leggere e un film da vedere (quando ci sarà possibile!).

Nomadland. Un racconto d'inchiesta di Jessica Bruder - Edizioni Clichy Traduzione di Giada Diano pp. 384 € 16,15 sul sito dell’editore € 8,99 (ebook)

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