«Ti proibisco di scrivere di me», intima Philip Roth. Per Livia Manera dovrebbe suonare come un divieto, ma è di fatto un'istigazione ad abbattere la barriera che divide l'intesa umana e l'invenzione letteraria, è uno stimolo ad attivare la memoria di sé e la memoria lasciata dalle tante letture e dalle parole chiave che hanno aperto la porta su un territorio in cui vita e letteratura si mescolano. Livia Manera racconta storie di incontri con i "suoi" scrittori americani, storie di complicità, amicizia, consuetudine, amore. Racconta la New York degli intellettuali che vi sono rimasti, la Parigi di quelli che se ne sono andati, i colori del Maine e il respiro del Midwest. Ci lascia intravedere isolate residenze di campagna, appartamenti impeccabili, strade di Manhattan imbiancate dalla neve, uffici spogli di celebri redazioni, case raffinatissime e monolocali desolati, stanze d'ospedale, caffè parigini, fast food ai margini di un'autostrada. Con il garbo di una scrittura che fa dell'io narrante la sonda e lo specchio, la talpa e la luce, il mondo della letteratura americana diventa la scena di un'esistenza che continua a cercare nelle domande e nei dubbi una strategia di saggezza. E così che ci vengono incontro, con una trasparenza nuova, le figure di Philip Roth, Richard Ford, Paula Fox, Judith Thurman, David Foster Wallace, Joseph Mitchell, Mavis Gallant, James Purdy, ma anche, in controluce, quelle di Carver, Richler e Blixen.”

Nelle ultime settimane ho pubblicato qui nella pagina delle recensioni diversi miei pensieri su alcuni libri di Philip Roth, mi ci vorrà ancora del tempo per scrivere di tutti i suoi romanzi che ho letto negli anni, oggi però voglio citare un libro dove potete trovare un Philip Roth speciale, quello custodito nei ricordi e nelle opere di una giornalista italiana: Livia Manera Sambuy, il libro è Non scrivere di me, l’ultimo capitolo è dedicato a Roth che possiamo decisamente definire suo amico.

Siamo a pagina 181, io ho la prima edizione del libro che è del 2015 (Feltrinelli editore), il capitolo si intitola Ti proibisco di scrivere di me, il racconto comincia con la serata in cui Livia Manera Sambuy e la troupe con cui aveva girato il primo documentario su Philip Roth (Philip Roth. Una storia americana) si trovavano con l’autore al ristorante dell’albergo in cui alloggiavano nel Connecticut. Questo ristorante è lo stesso in cui la giornalista andò per la prima volta a cena con Roth e sembra sia lo stesso citato in L’umiliazione per una scena erotica.

Mai, nemmeno per un momento, quest’uomo […] smette di essere uno scrittore: pronto a cogliere la più piccola sollecitazione come un invito a riflettere, pescare nelle acque della memoria, e prendere in considerazione forse uno, forse due tre suggerimenti dell’immaginazione, da cui un giorno potrebbe nascere, o forse no, una storia.

Il primo incontro tra Livia Manera Sambuy e Roth avvenne nel 2000, doveva intervistarlo perché era uscito da poco La Macchia Umana, era volata fino a New York e dopo ben 13 giorni tutto ciò che riuscì ad ottenere fu una intervista telefonica perché Roth si rifiutò di incontrarla, fu lui a chiamarla perché non voleva neppure che avesse il suo numero di telefono. Non fu amore a prima vista dunque, Roth era noto per essere molto sgradevole con la stampa, lo stesso fu con lei, dovette aspettare un anno e mezzo per avere l’opportunità di incontrarlo di nuovo, a quel punto aveva il suo numero e insieme a due amici ebbe l’opportunità di essere invitata addirittura nella sua

casa “settecentesca di legno grigio chiaro, protetta dalla chioma di due aceri immensi che le stavano ai lati come due sentinelle. […] Roth era vestito con una camicia azzurra e dei pantaloni kaki”.

Roth aveva già 68 anni ma non aveva perso, racconta Livia Manera Sambuy, la sua eleganza e quel qualcosa di sfrontato che lo caratterizzò tutta la vita.

“Gli avevamo chiesto di Goodbye Columbus, ed eravamo rimasti sorpresi di sentire Roth liquidarlo come a boy’s book, il libro di un ragazzo, e dirci che, col senno di poi, quei racconti con cui aveva vinto il National Book Award a ventisette anni gli sembravano esili e didascalici”.

Per chiunque ami questo autore o provi per lui anche solo l’ammirazione e la deferenza che si prova per un grande scrittore, leggere le pagine di Non scrivere di me significa sognare ad occhi aperti, la scrittura di Livia Manera Sambuy è coinvolgente, in alcuni momenti si ha l’impressione di leggere pagine del suo diario personale anche se lo stile non è quello, si prova invidia, invidia buona intendo, sono ricordi indimenticabili i suoi e leggerli è molto piacevole. Torniamo a Roth, uomo solitario, amava e proteggeva la sua solitudine:

“La mente va a quella che Roth nel Fantasma esce di scena chiama “la solitudine senza pena” che ha accompagnato il suo alter ego Nathan Zuckerman durante gli undici anni che ha passato a scrivere romanzi in campagna”.

Ma Roth era anche un uomo passionale, amava scrivere ma amava molto anche le donne “la tirannia della mia intensità” scriveva! Everyman, Il fantasma esce di scena, Umiliazione e Nemesi, i romanzi che Roth scrisse quando aveva oramai cominciato a riflettere intensamente sulla vecchiaia, Livia Manera Sambuy lo incontrò a New York all’uscita di Nemesi e trovò un uomo diverso, smagrito:

“L’argomento era caduto sulla vecchiaia e i suoi tristi corollari: le facoltà diminuite, gli amici che se ne vanno, e il “problema di rappresentare sulla pagina come la morte condizioni la vita delle persone che si avvicinano a morire”.

Toccante è il passo in cui racconta che negli anni Novanta Roth era stato malissimo per circa nove mesi, soffriva di dolori molto forti alla schiena e aveva subito degli interventi, il dolore lo aveva stremato al punto di fargli accarezzare l’idea del suicidio:

“aveva contemplato l’idea di nuotare fino al centro di un laghetto vicino a casa sua e lasciarsi andare”.

Non fece parola Livia Manera di questa confidenza, neppure quando uscì La macchia umana, scelse di proteggere Roth uomo e amico conscia di “tradire” la sua professione che avrebbe l’avrebbe preferita pronta allo scoop. Non riesco a immaginarmi quell’uomo dalle sopracciglia folte e lo sguardo severe prendere in mano la rubrica e comporre il numero di telefono dell’amica giornalista italiana, non riesco a immaginare neppure cosa si potesse provare a veder comparire sul display del telefono Roth! Perché negli anni era diventata una vera e propria abitudine lasciarsi andare in lunghe telefonate durante le quali lei si godeva il piacere dello scambio di idee, lui, probabilmente, prendeva appunti e cercava ispirazione!

Quando era in buona rispondeva alle mie telefonate canticchiando una canzoncina di Groucho Marx che diceva “Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia.

Riuscite a immaginarlo canticchiare o saltellare sui marciapiedi della Terza Avenue? Se leggete quello che scrive Livia Manera Sambuy si! Di questo libro io ho adorato anche il racconto del suo incontro con Joe Mitchell, in realtà mi è piaciuto tutto molto quindi il consiglio è di leggerlo!

Non scrivere di me. Racconti intimi di scrittori molto amati: Roth, Ford, Wallace, Carver Livia Manera Sambuy – Feltrinelli – Pp 206 Brossura € 15,20

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