Quando penso a Flannery O’Connor mi viene subito da pensare ad Antonio Spadaro, gesuita, giornalista, critico letterario, direttore della rivista La Civiltà Cattolica, appassionato come me di letteratura americana e soprattutto grande conoscitore della scrittrice. Flannery O’Connor è in verità amata da molti religiosi per la sua fede ferrea che la accompagnò nella vita e che troviamo nelle sue opere.

“Prigioniera” della sua malattia (aveva ereditato dal padre il lupus) passò circa tredici anni chiusa nella vecchia casa di famiglia in Georgia, adorava il Sud, diceva che lì la vita conservava ancora il sapore del Vecchio Testamento con tutti i profeti vagabondi e una natura meravigliosa.

"Mi sento come una scimmia antropoide, tutta rigida, che cerca di occuparsi di san Tommaso e di Aristotele"

così diceva di se stessa quando nel 1954 non riusciva già più a camminare se non con l’aiuto di stampelle, sentimenti contrastanti suscitano le pagine del suo diario, parole che sarebbero dovute rimanere sue basta ma che noi oggi invece leggiamo non senza un certo pudore, quasi come se le stessimo facendo torto:

“Oh, Signore, al momento sono una scamorza, fai di me una mistica, immediatamente”.

Amava leggere Henry James: "nella speranza che il suo stile migliori il mio per qualche misterioso contagio" diceva, le piacevano molto i racconti comici di Poe, Dostoevskij, Céline, e Hawthorne di cui diceva: “sono una delle sue discendenti” ! Nel 1947 si laureò alla State University of Jowa: la sua tesi di Master, The Geranium a Collection of short stories, era composta da sette storie tra cui Il Geranio, La Lince, Il Tacchino, il 1955 fu per lei un anno incredibile, pubblicò la raccolta A Good Man Is Hard to Find e conobbe “virtualmente” una sua ammiratrice di Atlanta a cui scrisse lettere praticamente fino alla morte senza mai incontrarla e senza mai rivelare chi fosse. Tante lettere scriverà anche a colleghi e colleghe come William Sessions, Elizabeth Bishop, Louise Abbot, Maryat Lee. Nel 1958 insieme a sua madre e ai Fitzgerald visitò l’Europa, venne anche ricevuta dal Papa Pio XII e decise di andare a Luordes anche se, a proposito di questa tappa volle precisare in una lettera all’amica misteriosa di Atlanta:

“Ci vado come pellegrina, non come paziente. Non ho intenzione di fare nessun bagno. Sono di quelli che preferirebbero morire per la propria religione piuttosto che fare un bagno in suo nome. […] Al di là del fatto che la penitenza ci fa bene, sono convinta che la religione possa essere servita altrettanto bene a casa. Spero che questi 17 giorni passino in fretta. Ho anche paura di perdermi la covata delle oche.”

Del suo stile quel che più affascina è certamente l’immediatezza, l’ironia che spesso sconfina nel grottesco, il realismo pungente, la capacità di sorprendere, cerca sempre quel punto in cui arte e religione si incontrano, la sua letteratura vuole essere testimonianza. In un’altra lettera alla sua amica “A” (così chiamava l’amica di Atlanta) scrisse (era sempre il 1958):

“Tutti i miei racconti parlano dell’azione che la grazia esercita su un personaggio poco disposto ad assecondarla, ma sono in molti a trovare questi racconti duri, disperati, brutali, ecc.”.

Come poteva essere altrimenti? Lei che aveva vissuto e affrontato il nichilismo! Un meraviglioso mistero questa donna che riusciva a stimolare la sua fantasia godendo dei piccoli e ripetitivi gesti quotidiani, guardando fuori dalla sua finestra i campi, gli animali domestici, eppure ognuna delle sue storie, ognuno dei suoi personaggi è ben lontano dall’essere scontato o mediocre.

“Fammi vedere dove si innesta la tua gamba di legno.” La ragazza diede un piccolo grido acuto e di colpo ogni traccia di colore le si prosciugò dal viso. Non era stata l’oscenità della proposta a colpirla. Da bambina aveva provato, a volte, il senso della vergogna, ma la cultura ne aveva cancellato fino all’ultima traccia, come un bravo chirurgo raschia via un cancro. […] Ma per quello che riguardava la gamba artificiale, era sensibile quanto un pavone con la sua coda. Nessuno l’aveva mai toccata, all’infuori di lei”.

Niente filtri, solo la verità … , detestava tutto ciò che era astratto, parlando della fatica di scrivere racconti diceva che questi erano “infinitamente più costrittivi di quelli della Chiesa”, il tocco della sua penna è lucido, preciso, gotico, diceva bene James che in lei c' era " l' immaginazione del disastro".

“Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere. Però sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, della specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole” (lettera ad A 1955).

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