Il libro

A Oconee, piccola contea agricola degli Appalachi, Holland Winchester, la testa calda del paese, è svanito nel nulla. Sua madre è sicura che sia morto perché, il giorno della scomparsa, ha sentito degli spari provenire dalla fattoria vicina. Anche lo sceriffo Will Alexander è certo che Holland sia stato ucciso, tuttavia non riesce a trovare né il corpo né un testimone. Ma in quella torrida estate degli anni Cinquanta c'è qualcos'altro che agita la vita della comunità: la Carolina Power, una compagnia elettrica, sta acquistando tutti i terreni della valle per costruire una diga. E così una terra che è già stata strappata ai Cherokee dai colonizzatori sta per essere nuovamente sottratta ai suoi abitanti.

La lettura di Monia

Dopo aver risposto no, Billy ha lanciato uno sguardo alla mano destra che teneva chiusa. Conoscevo il significato di quel gesto perché avevo visto molti altri uomini farlo in una situazione simile. Con quella mano Billy aveva liberato il campo da pietre grandi come cocomeri. Aveva abbattuto querce che nessuno sarebbe riuscito a cingere con le braccia. E forse, solo forse, quella mano era stata abbastanza ferma nel tenere un fucile da uccidere un uomo.”

Un uomo scompare nelle prime pagine del romanzo di Rash e un altro uomo viene subito sospettato del suo omicidio: il movente ci sarebbe, l’occasione anche e uno sparo si è sentito. Quello che manca, però, è il cadavere e, senza il corpo, non ci può essere un’accusa. Un delitto perfetto quello apre Un piede in paradiso, il romanzo che il suo stesso autore ha definito essere il suo personale Delitto e Castigo.

Cinque capitoli, narrati da altrettanti personaggi, ognuno dei quali aggiunge un tassello alla narrazione, la porta avanti, completa gli spazi lasciati vuoti da chi ha preso la parola nel capitolo precedente. Cinque capitoli narrati in prima persona, dove sono i pensieri dei personaggi più che i dialoghi a farci vedere la storia e dove il tono, il modo di parlare cambia a seconda di chi sta raccontando. Questo è il modo che Rash sceglie per farci vedere non solo la storia, ma anche i suoi protagonisti: attraverso il loro modo di sentire, di vivere la colpa e il dolore. E, in fondo, di camminare su quella terra che qua non è semplice scenario, ma protagonista viva e attiva. Determinante come lo è per chi del frutto di quella terra deve vivere.

“«Ci sarà una bella gelata stanotte» ha commentato papà.

Lo ha detto senza pensarci, parlando più a se stesso che non a mamma e a me, perché era naturale per lui notare cose di quel tipo, naturale come sentire l’odore di una pioggia imminente o individuare  macchie bluastre di muffa su una foglia di tabacco.”

La Natura incombe, sempre, il lettore la percepisce come presenza quasi giudicante. Un guardiano pronto a nascondere, come quella terra che copre le ossa dei morti, il cimitero degli avi e di quei Cherokee che sono stati espropriati dai colonizzatori. Ma una natura che porta via anche, come quel fiume che scorre e lascia la sensazione di qualcosa che cambia o cambierà

“guardare un fuoco era come guardare l’acqua in movimento, qualcosa che cambi di continuo e al tempo stesso resta sempre uguale”

O quella pioggia, quell’acqua che lava, purifica o illude che tutto possa essere cancellato. E l’acqua sarà anche ciò che, come la comunità della contea di Oconee sa (e attende), farà scomparire la vita nella valle, trasformando quella stessa valle in lago artificiale.

E poi c’è la scrittura di Rash, scarna ed essenziale, come lo sono i suoi personaggi: di poche parole. Gente arida, abituata a vivere a contatto con la terra e, appunto, con quel paesaggio del quale conoscono ogni rumore, ogni nome. Un albero qua non è mai un albero: ha un nome. Così una pianta, una stella.

Parlano (pensano) utilizzando similitudini i personaggi di Un piede in paradiso, hanno un loro modo “basico” di esprimersi che ricorda i cowboys di molti film western. Come se non avessero tutte le parole, come se in questo modo potessero spiegarsi meglio: da questo ne nasce una narrazione poetica (del resto il romanzo prende il via da una poesia), una narrazione fatta di elementi, di dettagli che nella loro quotidianità  hanno la loro forza.

“Le parole della vedova Glendower erano gelide e dure come le rape in inverno”

Oppure

“Ho visto la faccia di Holland bianca come le capsule di cotone in agosto”

Alcuni esempi questi, ma la narrazione ne è pregna e la congiunzione “come” è una delle parole più usate in un romanzo, dove molte parole tornano e, alcune di esse, diventano addirittura presagio

E sono personaggi quindi, quelli di Rash, che proprio attraverso frasi a volte banali, a volte stucchevoli

“Ovunque la vita sembrava rinascere fuorché nel mio ventre”

si rivelano al lettore.

Ma lo fanno anche attraverso un gioco di flashback, di rimandi che raccontano dolori e perdite, ma anche momenti felici dove attingere per allontanarsi dal presente, per fingere di non essere lì ora

“Ho chiuso gli occhi e sono tornata indietro nel tempo, al giorno in cui lavavamo le trapunte, ricordando come una volta all’anno in primavera mamma e papà impilavano nel retro del pick-up le trapunte insieme a detersivi, secchi, tinozza e noi bambini per scendere tra mille scossoni lungo la strada sterrata fino al fiume”

E poi c’è la colpa, l’attesa dell’inevitabile che non è solo quella diga che spazzerà la vita nella valle, anche se forse quella diga ne è metafora. Ma è la consapevolezza che, presto o tardi, ogni colpa dovrà essere pagata, Nonostante si provi ad allontanare lo sguardo o ad abbassarlo, come uno studente che, non avendo studiato, spera di risultare in questo modo invisibile (per usare il gioco delle similitudini di Rash)

“Mi sono comportato come un uomo che vede avvicinarsi un tornado e abbassa la testa convinto che se non alza lo sguardo e nega l’evidenza il turbine lo risparmierà”

nonostante si provi a mandare avanti la vita, perché la vita, come i cicli della Natura, deve andare avanti. Nonostante si cerchi un rifugio nella quotidianità, quella quotidianità non riuscirà mai a cancellare ciò che è accaduto

“sono proprio le cose di ogni giorno che ti aiutano ad andare avanti.

Mi sono ricordata di quel che fece mamma quando mio zio Roy rimase ucciso in guerra. Aveva passato la mattinata in veranda con un cesto di fagiolini e una tinozza zincata, quando mio zio Wade venne alla fattoria per darla la notizia. Mamma adagiò il mento sul petto. Vedevo le lacrime gocciolare in quella tinozza ma lei seguitò a pulire i fagiolini. Smise solo quando l’ultimo di quei cosi verdi finì dentro un barattolo di vetro.”

È molto bello il romanzo di Rash, è uno di quei romanzi che vorresti consigliare a tutti o che vorresti raccontare a tutti. È quel romanzo americano che chiudi trattenendo la sensazione di averlo visto più che letto. Di aver respirato la polvere della terra, sentito ogni singola parola brusca, girato lo sguardo per non vedere l’opera degli avvoltoi e ascoltato il suono della pioggia.

“Non c’è voluto molto prima di sentire le gocce di pioggia picchiettare sul tetto. Non c’è invito migliore al sonno di quel suono. Se avessi voluto, mi sarei addormentato con la prontezza di un gatto. Ma non volevo ancora dormire, perché per la prima volta da mesi non mi sentivo solo. Volevo soltanto starmene sdraiato a letto e godermi quella bella sensazione per un po’.

È un romanzo da leggere quando si sente il bisogno di una storia.

 

Monia Merli

UN PIEDE IN PARADISO di RON RASH

Traduzione Tommaso Pincio

LA NUOVA FRONTIERA

Pp 256 € 16.90€ Brossura

 

 

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